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Sherry Blake

Valentino - Kindle

Valentino - Kindle

Sartori Syndicate Series - Italian Edition, Book 7

⭐⭐⭐⭐⭐ 828+ 5-Star Reviews

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Lei ha passato dieci anni aspettando che lui la guardasse. Lui ha passato dieci anni a fingere di non farlo.

Quindici anni a spostarsi per l'Europa senza lasciare traccia. Stanotte ne ha lasciata una.

Valentino è entrato dal retro di un palazzo a Milano cercando un'americana di venticinque anni rimasta lontana da lui troppo a lungo. L'ha trovata su un divano rosso, drogata, mezza nuda, sopra di lei tre uomini coi telefoni in mano.

A uno ha sparato. L'altro l'ha ucciso a mani nude.

Amanda era venuta a Milano per l’occasione della sua vita. Un volo in prima classe. Una suite a Casa Aurelia. Due anni di lavoro che finalmente davano i loro frutti. Conosceva quell'uomo seduto al bar al tavolo accanto da quando aveva quindici anni, il cugino della sua migliore amica, quello che non l'aveva mai guardata, quello che aveva rinunciato ad amare a diciannove anni.

Non aveva previsto che lui fosse lì. Non aveva previsto cosa sarebbe diventato vedendola su quel divano.

Valentino ha passato trentotto anni senza concedersi niente che potessero strappargli via.
Tiene il rosario di suo padre in tasca ogni giorno da ventiquattro anni.

Ha seppellito uomini per mestiere.

Non ha mai chiesto a una donna di restare. Glielo chiederà.

E ogni uomo che ha messo le mani su di lei in quel palazzo sta per scoprire cosa diventa il diplomatico della famiglia Sartori quando smette di essere educato.

Valentino è un dark mafia romance completo, senza tradimenti e con lieto fine. È il settimo libro della saga Sartori. Ogni volume parla di una coppia diversa e ha la sua storia a sé stante.

Chapter 1 Look Inside

Capitolo 1
Amanda
L'assistente di volo mi ha già chiesto due volte di rimettere il sedile in posizione verticale. Ora che ci siamo stabilizzati sopra le nuvole, lo sto facendo scivolare di nuovo giù.

Business class per Milano, champagne in un calice di vetro. Ne prendo un sorso e lascio che le bollicine frizzino sulla lingua, pungenti e un po' aspre.

Sta succedendo davvero.

Casa Aurelia. La campagna che inseguo da due anni.

Tiro fuori il telefono, mi collego al Wi-Fi di bordo e chiamo Vittoria prima di poter cambiare idea.

Il suo volto riempie lo schermo, i capelli tirati indietro sulla fronte come quando fissa il codice per ore, il riflesso blu di un monitor che le illumina un lato della guancia.

«Tesoro», dico, sorridendo così tanto che quasi mi fa male il viso. «Indovina dove sono in questo momento.»

«Sei sull'aereo.» Socchiude gli occhi. «Sei davvero sull'aereo?»

«Sono sull'aereo. Sto bevendo champagne e sono diretta a Milano.»

Un sorriso le increspa il volto, di quelli che non riserva a molti. «L'hai ottenuto? Quell'affare di Casa Aurelia?»

«L'ho ottenuto sul serio.» Sollevo il calice verso la telecamera come se lei potesse brindare. «Due anni, Vee. Due anni passati a proporre idee, mandare email e fingere di non morire dentro ogni volta che non rispondevano.»

«Non lo fingevi abbastanza. Sapevo che stavi morendo dentro. Me ne parlavi in continuazione.» Ma sta ridendo, in modo dolce e caloroso, e qualcosa nel mio petto si allenta a quel suono. «Sono orgogliosa di te. Lo sai, vero?»

Guardo lo champagne per non doverla guardare mentre lo dice. «Smettila.»

«Dico sul serio. È una cosa enorme.»

«Lo so.» Mi attorciglio una ciocca di capelli intorno al dito. «È così enorme che continuo ad aspettare che qualcuno mi chiami per dirmi che c'è stato un errore.»

«Non c'è nessun errore.» La sua voce si fa più ferma, come quando mette un punto fermo a una questione. «Te lo sei meritata. Non osare permettere a nessuno di farti sentire come se non fosse così.»

La cabina ronza intorno a me, costante e sommessa, e fuori dal mio piccolo finestrino ovale si stendono le nuvole bianche e infinite. Per un secondo nessuno di noi due dice nulla, e va bene così. È il tipo di silenzio che solo Vittoria sa regalarmi, quello che non mi chiede di essere riempito.

«L'hai detto ai tuoi?» chiede.

Sento una stretta al petto, ma mantengo un'espressione distesa e leggera. La mia migliore versione collaudata dell'indifferenza.

«Due giorni fa», rispondo. «Ho mandato un messaggio a mia madre.»

«E?»

Mi lascio sfuggire una piccola risata. «Ha mandato un pollice in su.»

Vittoria si immobilizza. L'ho vista farlo per anni, quel silenzio improvviso, il modo in cui tutto il suo corpo si placa quando qualcosa è importante. «Un pollice in su.»

«L'emoji del pollice in su.» Agito la mano libera come se stessi spazzando via una briciola dal tavolo. «Il che, onestamente, è più di quanto mi aspettassi. Papà non l'ha nemmeno aperto.»

«Amanda.»

«Va tutto bene.» Le parole escono fluide e vivaci, e quasi ci credo anch'io. «Davvero. Saranno in un posto dove non c'è campo, probabilmente. In Svizzera, l'ultima volta che ne ho saputo qualcosa. Non ci si può aspettare una parata per ogni piccola cosa.»

«Questa non è una piccola cosa.»

«È un pollice in su. Non è un grosso problema.» Prendo un altro sorso di champagne, ma ora è sgasato e tiepido sulla lingua, con un sapore più simile a una medicina che a un festeggiamento. «Ehi, l'assistente sta arrivando. Dovrei lasciarti andare.»

Lei non mi crede. Lo vedo dalla piega della sua bocca. Ma Vittoria mi conosce abbastanza bene da sapere quando ho bisogno di una via d'uscita, e me ne offre una.

«D'accordo», dice dolcemente. «Chiamami quando atterri. Dico sul serio. Anche se qui sono le tre del mattino.»

«Lo farò.»

«Ti voglio bene. Vai a essere brillante.»

«Ti voglio bene anch'io, Vee.»

Lo schermo si spegne e la cabina improvvisamente sembra enorme e vuota intorno a me. Resto seduta con il telefono in grembo, quel rettangolo nero e spento, e il ronzio dei motori mi riempie le orecchie come rumore bianco.

Picchietto l'unghia del pollice contro il vetro e mi dico che non importa. Ho venticinque anni. Ho smesso di aver bisogno che mia madre dicesse le parole giuste molto tempo fa. Ho imparato la lezione a tavola quando avevo quattordici anni, piangendo su un piatto preparato male dalla nuova tata, senza nessuno in casa che mi conoscesse abbastanza bene da chiedermi cosa non andasse.

Scaccio il pensiero, rifiutandomi di lasciare che mi rovini questo momento.

Invece apro la fotocamera. Inclino il flûte di champagne contro il finestrino, le nuvole sfocate, soffici e dorate dietro di esso, la luce che cattura le bollicine proprio nel modo giusto. Scatto sei foto, scelgo la migliore, sistemo la luminosità, scaldo i toni. I miei pollici si muovono veloci e sicuri. Questo, so come farlo.

Si decolla. Milano, stiamo arrivando. Due anni di lavoro, e ancora non riesco a credere che sia vero. Alcuni sogni si prendono il loro tempo. #CasaAurelia #MilanBound

Premo pubblica.

E poi aspetto, il telefono caldo nel palmo, il cuore che mi batte forte nel petto, il che è stupido perché l'ho fatto un milione di volte.

Il primo like arriva in pochi secondi. Poi un altro. Poi un'ondata, cuori che si accumulano più velocemente di quanto io riesca a leggere i nomi, commenti che sbocciano uno dopo l'altro. MERAVIGLIOSA, sono così felice per te tesoro, vivi il sogno, questa è la MIA ragazza.

Lascio uscire un respiro che non sapevo di trattenere.

Ecco. Visto? Qualcuno sta prestando attenzione. Qualcuno lo fa sempre, finché gli do qualcosa che valga la pena guardare.

Scorro i commenti, leggendoli tutti, lasciando che quelle piccole ondate di calore arrivino dove il pollice in su non è arrivato. L'algoritmo mi risponde come nessuno nella mia famiglia ha mai fatto. Velocemente. A gran voce. In modo affidabile.

Dico a me stessa che è abbastanza.

Finisco lo champagne sgasato in un lungo sorso e faccio segno all'assistente per averne un altro, mentre da qualche parte sotto di me, miglia più giù attraverso il bianco, i miei genitori sono esattamente dove sono sempre stati. Fuori portata, e senza guardare in alto.


* * *

Il taxi odora di deodorante al pino che combatte una battaglia persa contro il fumo di sigaretta, e io sono troppo stanca per il jet-lag per darmene pena.

L'autista si ferma davanti all'hotel, ed è splendido in quel modo europeo e discreto. Tutto edera e ottone e un portiere che sembra idratarsi la pelle più di quanto faccia io. Do all'autista una mancia troppo alta perché sono eccitata e non riesco a farne a meno, poi trascino la valigia attraverso le porte girevoli nella hall.

E lì, appoggiato a una colonna, c'è Elio Mancini.

Smetto di camminare. La ruota della mia valigia continua a girare un secondo di troppo, ticchettando contro il marmo.

«Oh, ma mi stai prendendo in giro», dico.

Indossa abiti scuri, come sempre, niente che attiri lo sguardo, tranne per il fatto che io lo sto fissando dritto in faccia, quindi la strategia è chiaramente fallita. Ha le mani incrociate davanti a sé. Paziente.

Si stacca dalla colonna. Non sorride. Non sorride quasi mai, e io una volta lo consideravo uno sport cercare di strappargliene uno, quando inseguire le sue attenzioni sembrava un gioco che potevo vincere e da cui potevo andarmene indenne. «Amanda.»

«No. No, non faremo la cosa del chiamarmi Amanda.» Ruoto gli occhi così forte che quasi mi stiro un muscolo. «Che diavolo ci fai qui, Elio?»

«Lavoro.»

«Lavoro.» Lascio cadere la parola, amara. «A Milano. Nel mio hotel. Che coincidenza, visto che non sono a conoscenza di agenzie di modelli che assumano uomini alti e cupi per stare nelle hall e rovinare il buon umore a una ragazza.»

Un muscolo si muove nella sua mascella. Non è proprio un sussulto. Ormai è abituato a me, il che è un insulto a sé stante.

«Mi hanno mandato i Sartori.»

«Certo che sì.» Mantengo la voce leggera, ma mi costa fatica. «Perché nulla celebra un traguardo professionale come una babysitter con una pistola sotto la giacca.»

I suoi occhi scivolano su di me, calmi. «Se hai domande al riguardo, chiedi a Vittoria.»

Questa è la cosa di Elio. Non discute mai. Ti indica solo la porta attraverso cui dovresti passare e aspetta di vedere se ne hai il fegato.

«Chiedi a Vittoria», ripeto. Metto la valigia in posizione verticale e incrocio le braccia sopra di essa come uno scudo. «Oh, chiederò a Vittoria. Le chiederò perché pensa che io sia così incapace di attraversare una città da sola da mandarmi un... cosa sei, esattamente? Un braccio destro? È questa la parola? Hai un biglietto da visita? Elio Mancini, Incombente Professionista?»

«Non ti accorgerai di me.»

«Mi sto accorgendo di te proprio ora. Sei estremamente evidente.»

Non abbocca all'esca. Si china e solleva la mia valigia dal pavimento prima che io possa fermarlo.

Un'ora a Milano e sono già esausta.

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Sartori Syndicate Series - Italian Edition Reading Order

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2. Lorenzo
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4. Vittoria
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